L’approvazione del DDL Valditara sul consenso informato per i percorsi di educazione affettiva e sessuale nelle scuole rappresenta una scelta che merita una riflessione profonda, perché riguarda il ruolo stesso dell’istruzione pubblica nella nostra società.
La scuola non è soltanto il luogo in cui si trasmettono nozioni. È il luogo in cui si costruisce cittadinanza, si sviluppa il pensiero critico e si offrono strumenti per comprendere il mondo e vivere relazioni sane e rispettose. Per questo motivo trovo preoccupante che temi come l’affettività, il consenso, il rispetto reciproco e la prevenzione della violenza vengano trattati come argomenti tabù, subordinati a procedure che rischiano di limitarne l’accesso.
L’educazione sessuo-affettiva non è propaganda né indottrinamento. È educazione. Significa parlare di consenso, di emozioni, di rispetto dei confini propri e altrui, di come riconoscere le relazioni tossiche e i comportamenti violenti. Significa fornire alle ragazze e ai ragazzi strumenti concreti per affrontare la complessità della vita e delle relazioni.
I dati e le esperienze internazionali mostrano come percorsi strutturati di educazione affettiva contribuiscano a prevenire la violenza di genere, a ridurre i comportamenti a rischio, a migliorare la consapevolezza sul consenso e a contrastare stereotipi che ancora oggi alimentano discriminazioni e sopraffazioni.
C’è poi un aspetto che raramente entra nel dibattito pubblico. Non tutte le giovani e i giovani crescono in contesti familiari sereni, informati o capaci di affrontare questi temi. Per alcune persone la scuola rappresenta l’unico spazio in cui poter trovare informazioni corrette, ascolto e strumenti per comprendere situazioni di disagio, controllo o abuso. Limitare questi percorsi significa rischiare di lasciare indietro proprio chi avrebbe maggiore bisogno di essere raggiunto.
In un Paese che continua a interrogarsi sulle cause profonde della violenza di genere e sulle difficoltà educative delle nuove generazioni, sarebbe necessario investire di più nella formazione, nel dialogo e nella prevenzione. Non meno.
La scuola deve certamente collaborare con le famiglie, ma non può rinunciare alla propria funzione educativa. Quando si insinua il sospetto che parlare di rispetto, consenso e affettività sia pericoloso, il rischio è quello di trasformare la conoscenza in un terreno di diffidenza e di paura.
Credo invece che la scuola debba continuare a essere uno spazio di libertà, inclusione e crescita. Un luogo in cui si impari non soltanto a studiare, ma anche a riconoscere la propria dignità e quella degli altri. Educare al rispetto non è un problema: è una responsabilità collettiva.
Arianna Poli*
*Consigliera comunale, co-portavoce Coalizione Civica per Ferrara


